00_0006.0
REVIEWS
00_0000
HOME
RECENSIONE DI ANSELMO ROVEDA
PER LA MOSTRA "PALADIN" / GIUGNO 2009

Il 24 giugno, nell'ambito del Genova Pride 2009, abbiamo presentato con la gallerista Viola Gailli la mostra 'Paladin' dell'artista visivo Etienne Zerah. La mostra ha due sedi espositive la galleria A Modo Mio e la galleria Violabox, in quest'ultimo spazio ci sono le opere più recenti. Per l'incontro pubblico ho scritto una breve nota.

Sguardo su ‘Paladin’ di Etienne Zerah
Nel mio lavoro mi occupo di narrazioni. E quindi essenzialmente di parole, dette e scritte. Ma è proprio nel lavoro della cronaca e della critica letteraria che devo mettermi, occupandomi sovente di albi illustrati, a guardare e leggere immagini. Figure, come le chiama Antonio Faeti. Cogliendo l’indipendenza – eppure il legame indissolubile - della narrazione per immagini da quella per parole. Un altro linguaggio, che oggi, nella contemporaneità – dopo tante immagini didascaliche - non chiosa o spiega ma semplicemente e meglio ‘racconta’ pienamente, parallelamente, fianco a fianco ma – come detto all’inizio – indipendentemente. Una forza, quella del narrare e suggestionare per immagini, tale che sempre più spesso anche nei libri si sperimenta l’assenza della parola. Esempio alto e recente è il Robinson Crusoe (Media Vaca, Valencia 2008) solo per immagini realizzato dall’artista Ajubel. Libro insignito del Bologna Award 2009.

Di fronte all’opera di Etienne Zerah arrivo però disarmato dei miei soliti, confidenziali, amati strumenti critici legati alla lingua e alla parola. Qui siamo nel visivo. Puro. Esclusivo. Esplicito. E arrivare disarmati è un vantaggio. Ci si può lasciare sorprendere dall’opera.

Etienne Zerah arriva da studi artistici formali e da un percorso passato giocoforza dalla pittura, ma la scelta – ormai data e consolidata – della propria forma espressiva arriva con la fotografia, con la composizione fotografica. Zerah non usa la macchina fotografica in modo esclusivo, rendendo ipertecnicistico il suo impiego o esaltando il risultato puro dello sviluppo; la utilizza invece e piuttosto come strumento, sì tecnico, ma preliminare. Non è per lui un tabù intervenire a posteriori col fotoritocco a computer, anzi è prassi della creazione artistica. La macchina fotografica quindi come strumento tecnico che offre la possibilità di fissare una scena. Alcuni scatti paiono le pose dei divi teatrali nelle cartoline d’inizio Novecento o le pose di studio dell’illustratore salgariano Alberto Della Valle che prima di mettersi a dipingere costringeva famigliari e modelli a interpretare arrembaggi e lotte con tigri e orsi (immaginari, ça va sans dire), il suo lavoro è stato indagato dalla storica dell’illustrazione Paola Pallottino in L’occhio della tigre (Sellerio, Palermo 1994).

E poi c’è, oltre lo scatto, quello che conta: la composizione. A computer. Soprattutto quella. Dettagli, sfondi, ritocchi, colori. Con uno sguardo che pur restando d’insieme talvolta si declina nel lavorio pixel per pixel a incidere sulla composizione finale, in modo non dissimile dallo scultore che lavora sulla figura intera dell’opera ma deve tener conto d’ogni granello di materia sottratta. Zerah ha un vantaggio e una responsabilità: può aggiungere materia. Tutti i ‘livelli’ di composizione dei programmi di fotoritocco si compattano, anche nelle trasparenze, e pure l’uso delle scritte (rare) ammicca alla grafica e non all’esigenza testuale. Il testo è l’insieme dell’immagine dell’opera, e i suoi dettagli. La fotografia e l’arte visiva, come detto, non sono il centro dei miei interessi critici. I riferimenti a immagini che in qualche modo precedono o informano l’opera di Zerah non posso fino in fondo coglierli e scioglierli: trovo però chiara una linea di rimandi a Mapplethorpe, a LaChapelle, forse a LaBruce. Esplicito è poi il giocare con alcuni degli stilemi surrealisti – tanto che l’armonia dell’opera fotografica di Zerah, seppur accentuatissima, non esige resa realistica – e il riferimento al linguaggio della grafica, della pubblicità, in certo senso alla sintassi postmoderna del fashion, dello star system.

Sono gli eccessi quotidiani, anche dell’uso dell’immagine, di questa porzione società-tempo a interessare l’occhio dell’artista. Un occhio inquieto, a tratti tormentato, eppure ricercatissimo nel rendere d’armonia patinata e, ad un tempo, disorientante e interrogante le questioni messe a fuoco opera per opera: l’identità, la violenza, il piacere, la corruzione. Altro ancora. Un caleidoscopio di temi, ricorrenti nell’espressione artistica, che trovano qui come minimo comun denominatore una questione morale. Questioni morali risolte ponendo domande, offrendo uno sguardo individuale, mai costruendo opzioni moralistiche o proponendo verità. Qui non c’è verità, c’è un’immagine impossibile del reale. Uno specchio deformante che tende ad armonia assonante piuttosto che a torcere, ridurre o slargare in modo volgare. La dissonanza sta nel ricomporre con la realtà circostante, sta nell’occhio di chi guarda. La volgarità, se qualcuno la ravvisa, è nel tempo odierno degli uomini. Nella mercificazione dei corpi e delle passioni, altri temi che tracciano l’opera di Zerah.

 

RECENSIONE DI LENNY NERO
PER LA MOSTRA "BOXED" / FEBBRAIO 2008

Dal blog +LoveIsTheDevil+
L’atelier genovese “A modo mio” ospiterà dal 9 al 29 Febbraio le opere di Etienne Zerah, sperimentatore visivo che recentemente ha pure esposto a Berlino la provocatoria serie “Enjoy Opus Dei“.

Etienne Zerah ha sfruttato fin da subito il mezzo fotografico per esprimersi, applicando ad esso canoni estetici derivativi dei suoi studi accademici e pittorici, mescolati con stilemi moderni mediati dall’influenza (mai celata, ma metabolizzata in modo personale) di Mapplethorpe e Lachapelle, con un occhio alla grafica moderna.
In continua evoluzione, passando da atmosfere oniriche e simboliche fino al grand-guignol, pone al centro delle immagini la figura umana, in particolare i volti od il corpo nudo (esibito con sfrontatezza) ed abusa frequentemente di se stesso trasformandosi e travestendosi: adottando il ruolo di camaleonte, ed entomologo, si infiltra nella realtà e ce ne rimanda la sua visione.

Ed è una visione superpartes la sua, priva di moralismi, e proprio per questo risulta tanto piu’ cinica ed efficace.
Se da una parte il grande tema da lui affrontato è ad una prima lettura quello dello “status quo” del mondo (in campo politico, ecologico, sessuale e religioso), cio’ che traspare è qualcosa di meno macroscopico e piu’ intimo: un senso di in-sofferenza interiore, castrata ed inespressa, che conquista uno sfogo con la mimesi di cio’ che disgusta, per odorarlo sulla propria pelle e mostrarne agli altri i segni, le conseguenze.

Esempio evidente sono gli scatti della serie “Saints&Skins“, frutto di un’esperienza personale di cambiamento del proprio look con quello nazi-suburbano.
La figura maschile che riflette in modo inerte, e quasi passivamente, la realtà che lo sovrasta è uno stratagemma adottato pure nella cinematografia di Stanley Kubrick (Barry Lindon, Eyes Wide Shut): EZ si fa filtro e specchio e mostra quello che si nasconde sotto la superficie, sotto le luci abbaglianti di una realtà che acceca e nasconde i piccoli dettagli perversi di vite comuni: poliziotti corrotti e tossici, preti lussuriosamente masochisti, studenti anestetizzati alla violenza e devoti alle sacre sneakers.
Luci e colori abbondano, decorativi e apparentemente cool, ma sono come lisergiche luci di wood che rivelano le tracce dei nostri scheletri nell’armadio o delle nostre debolezze.
La costruzione delle immagini è sempre rigorosamente fondata su fredde simmetrie che fanno da contrappunto ai corpi doloranti, al sangue, alle strisce di droga su cravatte ufficiali non ripulite, incorniciati in moderni santini.

In un atto di anti-narcisismo, EZ non esibisce se stesso come tale, ma fa suoi alcuni principi della body-art, usando il corpo come puro mezzo espressivo.
L’autoritratto perde la funzione fissatrice della formalina e ad ogni opera ci si trova di fronte ad una nuova maschera. Superata l’autoreferenzialità, traspare la realtà attraverso il corpo stesso dell’artista.
Se da una parte di Lachapelle ritroviamo il gusto per l’esagerazione del dettaglio o per l’eccesso cromatico, dall’altra il mood è quello sarcastico di Mapplethorpe: l’ironia è amara o cattiva e la sensazione che rimane, di fronte ad immagini a volte costruite secondo i canoni patinati delle cover pop, è quella di aver osservato un retro-copertina inatteso che ci priva di ogni aura illusoria.

 

INTERVISTA DI LUCIA TARTAGLIA
PER IL COMUNICATO STAMPA DELLA MOSTRA "THE SAINT & THE SKINHEAD IN ME" / GENNAIO 2007

D: Da dove nasce l'idea di questa mostra?
R: Durante la mostra Flashes alla Loggia della Mercanzia a settembre sono stato notato dal gallerista dello Studio 44 Michele Fiore e così, dopo un incontro, mi è stato proposto di esporre. Considerato trattasi di una personale ho accettato subito; è la prima esposizione personale in una galleria, prima avevo partecipato solo a personali in locali, che non è proprio la stessa cosa. “The Saint & the Skinhead in me”, questo è il titolo della mostra, è come se fosse un po’ un secondo debutto, dopo il primo del 2004.

D: Quante opere esponi?
R: Saranno 22 opere con misure varianti dalle più piccole 30x40 cm alle più grandi 100x75 cm.

D: C'è una divisione per settori? Generi? stili?
R: Non c’è un vero e proprio settore, io stesso credo di essere considerato artista d’avanguardia. Riguardo alle foto, la raccolta comprende diverse piccole serie di due o tre elementi, oltre che a numerosi pezzi singoli. Quello che posso dire che sono tutte opere collegate dall’idea del ritratto o comunque della figura umana fondamentalmente, spaziando fino al concetto del manifesto, quindi includente del testo e delle parti grafiche. E qui ricordo che la grafica e la comunicazione visiva sono componenti basilari del mio bagaglio artistico, dagli studi, alla passione, al lavoro.

D: Su quali supporti sono stampate le fotografie?
R: Ci sono stampe fotografiche applicate su alluminio o incorniciate (i primi lavori) e stampe digitali su forex, un materiale plastico, rigido, spesso 0,5 cm (i più recenti).

D: Una tua dichiarazione...?
R: Questa volta sono solo. Così ho voluto riunire le mie produzioni più significative per creare un mondo dissacrante e perverso che rispecchi quello reale, guardandolo dritto dagli occhi di una persona distante anni luce dalle convenzioni e dalle istituzioni. Le mie non sono accuse, ma indizi per chi non vede. Poliziotti cocainomani, skinhead sadomaso, sacerdoti promiscui, presidenti invasati, assassini chic e devoti fedifraghi. L’estetica è il fulcro e lo specchietto per le allodole allo stesso tempo, mentre cerca l’equilibrio con l’impatto visivo emerge il significato, a volte completamente occulto. Questa prima esposizione personale paradossalmente è un greatest hits che raccoglie lavori ed esperienze sparsi nel tempo degli ultimi anni.

 

RECENSIONE DI MASSIMO SANNELLI
PER LA MOSTRA "THE SAINT & THE SKINHEAD IN ME" / GENNAIO 2007

Da martyr a testimonial.
Quasi tutte le fotografie che Etienne Zerah espone alla Galleria Studio 44 di Genova mostrano lo stesso Zerah: in veste di testimonial Adidas, poliziotto antidroga (ma drogato), skinhead (ma pulitore di stivali con la lingua: "human product for cleaning and relaxing") uomo armato (o "assassino chic"), prete tatuato e gay, elemento di una mostruosa bandiera degli USA, ibrido la cui pelle sposa la pelle scura di una seppia (un animale che non ha subìto nessuna caratterizzazione umana, e che è solo, per la maggior parte degli umani, un alimento; in arte, c’è forse un doppiosenso ironico: dalla fotografia seppiata alla fotografia con seppia).

Cinque immagini su ventidue sono accompagnate da didascalie, che spiegano i fatti non comunicabili dalle foto in sé: ad esempio, l’artificalità dei tatuaggi e lo spostamento del piercing nel finto manifesto pubblicitario di Etienne Zerah Bootcleaner Skinhead. Se la foto isolata è, per statuto, un istante pietrificato – anche quando il suo contenuto è il movimento (la foto dell’uccisione del miliziano in Spagna o del terrorista milanese che spara in strada) – la prosa è, per statuto, un percorso logico. In questi casi le didascalie non sono accessorie o trascurabili: perché non testimoniano tanto il percorso interiore quanto le modalità visibili della trasformazione umana che è avvenuta, e che precede lo scatto (quanto tempo è durato il travestimento, quale musica lo ha accompagnato, quale racconto di quale amico lo ha stimolato, ecc.).

In quale modo Zerah diventa un altro? Cambiando d’abito, come fa un fotomodello per lavoro. Cioè come fanno tutti, per abitudine: per testimoniare che chi veste da skinhead è uno skinhead, chi veste da poliziotto è un poliziotto, ecc. Con tutte le contraddizioni possibili, ormai consolidate nella vita quotidiana (e immediatamente negate nella/dalla percezione comune): la forza pubblica è cocainomane, un essere umano è un bootcleaner per chi vuole goderne, ecc. Ma le identità assunte per le fotografie sono temporanee e sostituibili, quindi impermanenti; mentre la cosa permanente è e rimane l’opera, in modo tradizionale e classico.
Non si tratta delle modificazioni/deformazioni irreversibili di Orlan e dei body artists – e Zerah non è un performer – ma di gesti di denuncia seria, che si radicano strategicamente in opere da esporre e conservare (conservare in quanto opere meritevoli, mentre non c’è nulla di ‘conservatore’ nel loro messaggio). Zerah scrive che, al posto di una "ricerca ostinata della protesta" (cioè il grido o la performance), gli interessa un’"opera di denuncia" (cioè la documentazione critica di atteggiamenti e situazioni criticabili, che potrà essere valutata con calma, nella durata del tempo): esattamente un’opera, e quindi una sistemazione intelligente e conservabile.

Tutto questo può avvenire perché Zerah ha deciso di concentrarsi su opere che non coincidono con il corpo di Etienne e con il momento in cui Etienne esegue qualcosa; perciò utilizzando la propria vita reale e il proprio corpo, di cui l’artista si rende regista. Il versante opposto (non-vita, non vero corpo, e regìa puramente esterna) – anche se si tratta di rappresentare un ruolo e le sue mode – è "Andrea Candela", il manichino di Elmgreen & Dragset installato alla Galleria Massimo De Carlo (Milano 2006). Candela è il prototipo del ventenne accessoriato (computer portatile, cellulare, I-pod) e trendy, acculturato in modo ‘corretto’ (i libri di Agamben e Negri), inserito in ambienti in stile studentesco o IKEA; ma Zerah, come regista vivente, è l’organizzatore e – se vuole – il narratore in prosa della propria modificabilità. Può essere tutti e nessuno, un ruolo alla volta (mentre Candela è, nell’intenzione degli autori, "tutto quello che tu vuoi che sia", perché non esiste). Un bootcleaner disposto ad assecondare un ruolo di relax sessuale è la scelta portata fino al parossismo: un "io sono" indistricabilmente legato ad un "io voglio", e il cui partner sarà, prima di tutto, un cliente e non uno spettatore. Zerah insegna che per svolgere un ruolo (qualsiasi ruolo) è necessario un corpo variamente atteggiato e abbigliato; e che i corpi hanno bisogno di arruolarsi, caso per caso, per essere corpi di animali sociali.

L’unica libertà – libertà altissima, non banale e vezzosa – è quella di controllare durata e modalità dei travestimenti, per abbandonarli; e di congelarne in fotografie – spesso durissime, ma di grande potenza – l’effetto. Tra il manichino inconsapevole e il modello consapevole si pone la possibilità, anche mostruosa, di cancellare sé come "soggetto enunciante", usando come motto il grido privato di Artaud "Je ne suis pas au monde". Che significa: io tendo al Nulla, e in quanto "tendo" sono un ex io, e sono solo il momento in cui e la bocca da cui proviene una parola, che a sua volta è nulla (o "rumore di fondo, cartiglio sillabico, tatuaggio della scrittura", secondo Giovanni Cacciavillani). E significa anche: non ho nessun ruolo mondano nel mondo. Ma questa posizione è troppo dis-umana per incarnarsi in zone umane: è ‘secante’ (sexus) rispetto al dovere di vivere "con", "tra" e "per". Scrivendone, ne avverto il mysterium tremendum e il fascino. Opere come quelle di Zerah – così costruite, anche tecnicamente, e intelligenti e ironiche – hanno, ad esempio, la funzione (parlo per me, soggettivamente) di rendere più leggero e sopportabile il peso di "feu, geste, sang, cri". Cioè del Mondo.

 

INTERVISTA DI MIRCO ZANGHI'
PER LA PROPRIA TESI DI LAUREA IN LETTERE / MAGGIO 2005

D: Chi sei?
R: Etienne Zerah, classe 1977.

D: Qual è la tua professione?
R: Artista professionista; pur lavorando con materiale fotografico non mi definisco fotografo, per me le mie opere sono paragonabili a quadri, questo probabilmente data la mia formazione e le tecniche di lavorazione, con tempi molto più lunghi, come la pittura appunto.

D: La tua formazione?
R: Ho studiato presso il Liceo Artistico P. Klee di Genova, indirizzo sperimentale, grafico-visivo e successivamente mi sono diplomato all’Accademia Ligustica delle Belle Arti di Genova, indirizzo “Pittura”.

D: Che influenza ha avuto la tua famiglia sulla tua decisione d’essere artista?
R: Ecco, qui la situazione è stata pesante, nel senso che i miei genitori erano contrari, pienamente, alla mia situazione. I soliti discorsi… “Con l’arte non si mangia”… E’ stata dura, ma ho sempre cercato di coinvolgerli.

D: La nascita del tuo interesse per l’arte a quando risale?
R: E’ innata, assolutamente.

D: Vanessa Beecroft lasciò l'accademia ligustica delle belle arti di Genova per proseguire gli studi presso l'accademia di Brera. Di Genova ricorda un'atmosfera di fine anni Ottanta che consentiva un approccio altamente pittorico, nichilista ed enfatico, tutt'altro che concettuale. Sei d'accordo con questa critica o per te l'accademia genovese fu uno stimolo decisivo per il tuo iter artistico?
R: Non sono d’accordo con questa critica perché sono passati un po’ di anni da quando la Beecroft frequentava i corsi a Genova. I professori col tempo sono cambiati, così come i corsi. Sono cresciuto in Accademia sì con l’impronta di base pittorica, però sicuramente più “aperta” ad una dimensione contemporanea e sperimentale e meno legata alla dimensione classica rispetto al passato. Inoltre ho avuto l’opportunità di frequentare anche altri corsi e laboratori non legati esclusivamente alla pittura, ma anche alla scultura e fotografia.

D: Visto che hai frequentato l'accademia e hai potuto esprimere la tua arte in più modi, cos'è che ti affascina di più nel fare fotografia rispetto ad altre espressioni artistiche?
R: Si blocca un istante: è un’espressione artistica molto più immediata rispetto alle altre.

D: Sei giunto direttamente alla fotografia o hai seguito un iter artistico più complesso?
R: Decisamente complesso, attraverso continue sperimentazioni su sperimentazioni, materiali ed espressioni; negli anni passati credo di aver utilizzato di tutto, da materiali ricercati a quelli di scarto. Ad ogni modo nasco come pittore.

D: Racconta il tuo primo approccio con la macchina fotografica.
R: Risale ai tempi del liceo, autodidatta. Il mio lavoro originario è basato tutto sulla sperimentazione, in Accademia ho poi avuto la possibilità di approfondire il discorso in modo più serio.

D: Sei solito fare solo ritratti a persone oppure anche paesaggistica e nature morte? Se prediligi i ritratti, perchè?
R: Persone. Fondamentalmente i ritratti sono esaltazioni dell’essere umano, c’è una ricerca di un collegamento con la persona che ti trovi di fronte. Inoltre ricerco più facilmente nei soggetti un concetto puramente estetico della fotografia.

D: Chi sono i tuoi punti di riferimento nel panorama artistico contemporaneo? Perchè?
R: Mapplethorpe in primo luogo, per l’estetica, la raffinatezza e l’eleganza unica, Pierre et Gilles per i ritratti in sé, mentre di David LaChapelle mi attraggono i colori e le situazioni bizzarre create in ogni suo lavoro. Tra i contemporanei italiani ammiro molto Basilè per l’utilizzo della grafica, altro mio “chiodo fisso”, inserita nella fotografia.

D: Hai citato tutti esempi di fotografi dal forte impatto estetico.
R: Decisamente, spesso è una ricerca esasperata del “bello”. Sono esempi che non tralasciano assolutamente l’estetica per lasciare spazio più di tanto al concetto. Secondo me l’arte è estetica, prima di tutto. La sua prima funzione è quella di ammaliarci e di farci pensare…e da qui “cogito ergo sum”.

D: Ti sei mai ispirato per qualche tuo lavoro ad un'opera d'arte già esistente, magari di un'altra epoca, o a un film, o a un personaggio di un romanzo?
R: Sì, di influenze se ne ricevono sempre, anche dalla realtà, da qualsiasi suo stimolo, dal guardare la televisione al passeggiare per strada ed incontrare una persona che mi fa cogliere un’ispirazione, molto spesso tutto puramente casuale, è il mio inconscio che se ne accorge.

D: Attraverso la fotografia, quale punto di vista vuoi offrire all'osservatore?
R: Il mio. Semplicemente. Ma in fondo è un modo per dire qualcosa, piuttosto che il puro punto di vista su come il mio cervello vede una situazione o una persona.

D: Cos'è che ti affascina di un corpo? E del poterlo ritrarre?
R: Il corpo è la macchina perfetta, c’è la ricerca della forma ideale tanto desiderata dai modelli classici, con questo non mi voglio legare al concetto di bellezza commerciale o di massa, bensì allo studio della bellezza oggettiva dell’immagine finita.

D: Quale oggetto/corpo può definirsi bello?
R: La mia risposta è incerta: laddove credo ci sia una forma di bellezza universale, oggettiva, dimostrata dal fatto che comunque viene rappresentata in società sempre lo stesso esempio di bellezza sia maschile che femminile, allo stesso tempo mi viene da dire che nell’ambito specifico dell’arte, specialmente per quella contemporanea, questo discorso non regge.

D: Spesso fai autoritratti. Com'è il rapporto con il tuo corpo ?
R: Pessimo, alti e bassi, come la maggior parte delle persone credo, però è quello che ho, quindi lo utilizzo. Lavorare su me stesso come soggetto, spesso mi fa essere più sincero, riesco ad esprimere sensazioni più personali rispetto a quando riprendo altre persone, ma probabilmente il discorso va anche oltre, si lega al piacere di agire direttamente sul proprio corpo, il lavoro si fa più materico ed è tutto svolto in completa solitudine fino al definitivo. E’ questo che mi fa sentire un profondo legame con la Body Art.

D: Il tuo intento è ritrarre solo un corpo, un viso, esaltazioni estetiche fini a sé stesse oppure ciò da ricercare nel tuo ritratto è la psicologia del soggetto?
R: Prima di tutto ricerco l’estetica, la psicologia del soggetto interviene nel momento in cui ho un particolare legame con la modella o il modello ritratto, spesso quello che emerge è una delle facce della persona che diventa quasi “personaggio”.

D: Un tuo ritratto è diverso dall'altro. Riesci a spiegare a parole ciò che ti passa per la mente nel momento in cui fotografi?
R: No, è istinto.

D: I ritratti sono studiati, oppure istintivamente cerchi di ritrarre il soggetto a seconda del momento?
R: C’è uno studio relativamente sommario, poi dal primo pensiero dell’opera al prodotto finito si attraversano parecchie trasformazioni e metamorfosi: durante lo scatto qualcosa cambia, idem al lavoro al computer, per non parlare della scelta definitiva degli scatti.

D: E' il corpo del soggetto cui ti trovi davanti a suggerirti la posa, il contesto e lo scatto, oppure è il contesto che ti suggerisce la posa del corpo?
R: Anche in questo caso bisogna precisare che la posa è più o meno studiata, i tentativi si fanno poi ovviamente con la pratica, facendo varie prove della posa stessa, ma mi bastano pochi scatti, la maggior parte del lavoro viene dopo, spesso la foto viene completamente stravolta.

D: Solitamente percepisci in modo istintivo qualcosa dal soggetto che ti trovi di fronte?
R: Il modello è di solito una persona che ho già individuato da un tot di tempo e che quindi mi ha già dato delle sensazioni che io voglio riportare sulla fotografia. Questa è l’idea che fa scaturire l’opera, ma non è detto che poi essa mantenga le iniziali intenzioni. Ci sono tanti passaggi, tante cose si perdono, tante si acquistano. Ma l’importante è che rimanga sempre il gusto, la motivazione di una scelta rispetto ad un’altra riguarda sempre se esteticamente mi attrae.

D: Secondo te, ciascuno di noi può essere soggetto di un tuo ritratto, oppure bisogna avere particolari caratteristiche fisiche o psicologiche? Insomma...fotograferesti tutti indistintamente, oppure hai i tuoi metodi di selezione?
R: Sì, fotograferei tutti, è un’idea a cui ho già pensato. Sarebbe come una grande sfida riuscire a trovare una foto per ognuno, che sia un ritratto, una parte del corpo, il vederci in una determinata situazione. Un'immagine che identifichi l’individuo singolo, unico.

D: Fotografi il nudo?
R: Sì. Anche se attualmente c’è una pausa; probabilmente ci sono troppi nudi in giro e la cosa mi allontana l’idea di produrne. Sto lavorando su delle foto per me, ma per ora il progetto è appena all’inizio, nulla di pubblico ancora per un po’. Non vorrei si confondessero con tutte le immagini che sono in giro, ci sarebbe del caos. Anche se la mia ricerca dell’originalità e dello stupore, come per un ritratto, ne fa sicuramente delle immagini di forte impatto. Questa idea di riuscire ad andare oltre al concetto di nudo che ormai siamo abituati a vedere mi ha fatto avvicinare all’utilizzo di materiale “porno”, una sfida, come per la distruzione del simbolo a mezzo dell’arte e contemporaneamente la raffigurazione dell’istinto e dell’estasi umana, comunque un inno alla vita e alla gioia, non certamente al maschilismo e alla volgarità gratuita.

 

D: Tra i tuoi artisti "favoriti" citi Mapplethorpe, il quale realizza tagli fotografici di sessi maschili e femminili...la sua opera è definita arte. Con quale criterio e metro di misura secondo te i critici la definiscono tale? Dov'è che, secondo te, Mapplethorpe è arrivato, e non sono giunti tanti altri fotografi?
R: Bisogna riconoscere in Mapplethorpe eleganza e raffinatezza, il contrasto dato da questi elementi e i soggetti ritratti. La semplicità si lega all’eleganza, in contrapposizione, ad esempio, agli attributi maschili di forte impatto a livello visivo. Secondo me, il perno è proprio l’equilibrio.

D: Ultimamente molti fotografi si avvicinano alla mix art, laddove si parla di performances artistiche contenenti varie evoluzioni dell'arte. Vanessa Beecroft, Spencer Tunick sono due esempi eclatanti di come la fotografia venga applicata in tale modo. Ti affascina questo mondo?
R: Mi affascina moltissimo, ci sono dei tentativi da parte mia di produrre performances in collaborazione con altri artisti, ma i miei intenti sono ancora in uno stato embrionale.

D: Saresti tentato di ibridare, come questi ultimi artisti citati (Beecroft, Tunick), la fotografia con altre esperienze artistica?
R: Ho in cantiere un progetto di un ibrido tra la mia fotografia e la poesia di un autore contemporaneo di Genova. Il tutto deve ancora nascere e svilupparsi, ma c’è l’idea di un trittico dove fondere immagine e testo. Sono molto contento di questa collaborazione, lui è un poeta d’avanguardia che mi ha colpito molto, bravissimo.

D: La televisione e i media in generale presentano una canonicità del corpo piuttosto definita. Per essere belli bisogna essere magri, muscolosi, alti, etc. Reputi che l'arte abbia subito influenze dai messaggi pubblicitari?
R: No, la vera arte è rimasta a mio parere sempre distaccata, non ha subito influenze. L’ arte, credo e spero, mai si farà infettare dall’economia e da ricerche di mercato. Se mai è la pubblicità che apprende dall’arte, come poi oggigiorno questo accade.

 
D: Mi ha incuriosito "Fototessera e trielina", una serie di tuoi ritratti frontali caratterizzati dall'utilizzo della sostanza corrosiva che in ciascuna delle tue foto va deturpare il tuo viso. Mi sono venuti in mente i lavori di Nancy Burson, la quale però si serve di tecnologie digitale per deformare i soggetti ritratti. Ella giustifica il suo operato parlando di ibridazione psico-corporea tipica della nostra società. Tu giustifichi il tuo lavoro in altro modo, se esiste sempre una giustificazione in quello che si fa...?
R: Non mi sento di giustificare, sono sperimentazioni, sia di livello materico, sia dal punto di vista artistico. E’ un’opera legata alla Body Art, si raffigura una scena come fosse un reale intervento sul proprio corpo lavorando manualmente sulla fotografia e sulla riproduzione del fisico…magari arriverà il giorno che interverrò direttamente e violentemente su di me.

 

D: In alcune immagini ti presenti ferito, macchiato di sangue su petto, braccia e volto. Sono tue sorte di omaggi alla body art di maestri quali Gina Pane, Marina Abramovic e Vito Acconci?
R: Un po’ per omaggio, un po’ perché l’ho sentito per la mia necessità artistica, come ho già detto sento attrazione per ciò che si avvicina ai concetti della Body Art. A partire da Bacon si può capire che è facile trovare della body art anche nelle opere visive oltre che nelle performances, è il concetto della modificazione del corpo e non necessariamente il proprio. Io sento molto vicino questo pensiero, la modificazione del mio corpo in funzione dell’arte; c’è chi descrive questo ulteriore passaggio come la trasformazione da uomo ad “icona”.

 

D: In una fotografia accosti un tuo ritratto all'immagine di Gesù Cristo. Qual è il tuo rapporto con la religione? E come interpreti la condanna del corpo da parte dell'istituzione ecclesiastica?
R: Dopo un lungo periodo di alti e bassi, al momento il rapporto è nullo. Quell’immagine, a dir la verità, è una sorta di canzonatura, mi diverte definire quell’opera come “Io e il mio fratello cattivo”! Ma nulla di personale. Può anche essere semplice provocazione, spesso il mio lavoro mi porta a cercare di annientare certi simboli tramite l’intervento dell’arte, come una battaglia, un braccio di ferro tra l’arte e i simboli di massa. Ad ogni modo il significato non è mai univoco, c’è la ricerca, il prodotto finale è solo la punta dell’iceberg, l’ 80% del lavoro è nella mia testa.

 
D: Istintivamente, dimmi il tuo primo ricordo legato al corpo.
R: Sinceramente, questa risposta, è piuttosto personale…quello che posso dirti è che riguarda la mia adolescenza, che, a mio parere, non è ancora finita…

00_0000
HOME