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Tutto nacque da una foto di Robert Mapplethorpe, che fece scoppiare la scintilla nella mente, in seguito David la Chapelle, Pierre et Gilles e Steven Meisel, tra i più importanti, alimentarono l'input per gettarsi nella fotografia; non la classica fotografia, ma tutta una serie di sperimentazioni principalmente digitali, concentrate sul taglio, i colori, i soggetti e il significato, senza tralasciare i ritratti dove lo spirito alieno di chi posa viene mostrato ed esaltato all'eccesso.     L'unico fine comune, perno di tutta la produzione artistica, è la ricerca dell'equilibrio, quale unico rivelatore di bellezza oggettiva.     Frequenti sono gli autoscatti dove, mettendo in risalto e in discussione se stesso, sublima la propria identità, trasformandosi un'icona dal significato forte come le stesse opere.     Agendo digitalmente in maniera pittorica, i propri lavori hanno per l'artista la valenza di dipinti,per questo motivo la collezione è originale e costituita da pezzi unici senza tirature.     Tutte le opere origianali di Etienne Zerah sono certificate dal marchio di autenticità.


 
        Doped Soccer
  In un certo senso ho partecipato a quest’opera non come praticante, ma come spettatore; questa volta ho dovuto alienarmi molto di più considerato che non gioco a calcio, né pratico sport di squadra, anzi non partecipo proprio ad attività di gruppo. Ma mi diverte studiare gli atteggiamenti altrui, rimanerne allibito e farmi ispirare.

Presto fatto. Calcio, soldi, droga. E divento un nuovo guru della nuova era.
Così, per calarmi interamente in questo personaggio, ho voluto sperimentare l'uso quotidiano di cocaina per tutta la durata degli scatti necessari, suddivisa in tre sessioni di posa in tempi differenti. Non avendo mai assunto stupefacenti pesanti quotidianamente, ammetto che era presente il timore di avvertirne la dipendenza, ma, passate le due settimane più intense, avevo percepito perfettamente la sensazione che stavo cercando e quella mi bastava per concludere il lavoro.

Opera ultimata in un mese e mezzo circa, escludendo i tempi di progettazione.
Colonna sonora durante la realizzazione dell’opera: Massive Attack.
Primavera 2008

 

 
        Enjoy opus dei
  Questo progetto in coppia nasce da un’esperienza strettamente personale e dalla curiosità e la scoperta di nuove avventure che mi hanno stimolato in questo percorso.

Si riflettono in quest’opera, oltre alla mia neo-tendenza masochistica, le questioni più occulte della Chiesa: l’idea di dover soffrire per redimersi ed essere perdonati; di conseguenza gli amanti del dolore si troveranno avantaggiati. Pur non avendo interagito direttamente, Ratzy, al centro di diverse polemiche a tema, si trova implicato in questa bizzarra connessione tra Chiesa e pratiche omosessuali; qualcosa che abbiamo in comune mi fa sentire più vicino a lui.

Non a caso, la scelta per la croce rossa in secondo piano cade su un’opera dei tempi accademici: la “Croce di Sangue”, dipinta su tela di cotone grezzo con sangue bovino recuperato ai macelli genovesi, realizzata alla fine degli anni ’90. Durante tutta la creazione dell’immagine ho ascoltato gli album della dolcissima Emilie Simon.
Primavera 2007

 

 
        Sneaker Saint
  Quest’opera è la proiezione di una consacrazione moderna, una devozione del XXI secolo.
La nuova religione, filosofia, o piuttosto idolatria, è dettata dalla moda, dalla musica e dallo spettacolo contemporaneo. Ho voluto fondere insieme questi elementi per creare un’immagine che rispecchiasse gran parte della nuova gioventù, trasformandomi per includere me stesso nella massa;
in questo modo il mio rosario è diventato un collare di perle d’acciaio.

E’ rimasta nella mia mente per parecchi mesi prima di concretizzarsi, durante i quali ho comprato molti capi dell’Adidas e ho scaricato da internet decine di foto di scarpe da ginnastica (pur non vedendosi nell’opera, mi sono servite concettualmente) da siti per i feticisti amanti del genere.

Ed è così che, in questo scatto, ho devoluto la mia esistenza ad una marca di abbigliamento sportivo (inoltre andando a richiamare il concetto degli sneaker dell’ambiente gay) sulle note della disco music di Madonna e col sapore metropolitano dell’immaginario rap di Eminem.
Della vera religione è rimasta un’ombra.
Un’autentica istantanea di un angolo di città, oggi.
Autunno 2006

 

 
        Fire Alarm
  Ero interessato alla situazione dell’urlo e dell’espressione del volto in un preciso istante apparentemente privo di posa e dal taglio cinematografico. I tentativi sono stati parecchi perché era difficile trovare l’espressione giusta; alla fine ho capito che per ottenere quello che cercavo avrei dovuto scattare la foto mentre cantavo un brano dei Korn!

Tutto il resto, dallo sfondo allo slogan, è stato assolutamente conseguente a questo concetto.

Prima opera scattata con la mia nuova fotocamera digitale automatica, una Fuji da 9.0 mega pixel.
Primavera 2006

 

 
        American Etienne
  Una nuova protesta, presa di parte o semplicemente una segnalazione, intanto non è più una novità avercela con gli Americani; terra di pop-corn consumista e petrolio fin dentro la testa tanto da sgorgar fuori, terra di miti dal volto perfetto e inossidabile radenti l’anima trash, teste decapitate come cartoni animati.

Prima opera inaspettatamente ma palesemente a sfondo politico, potrebbe chiudere la parentesi aperta dal Trittico sulla guerra.
E’ anche il primo lavoro interamente digitale; precedentemente avevo sempre utilizzato gli scatti scansionati della mia reflex Nikon manuale.
Inizio 2006

 

 
        Etienne Zerah Cocaine Addict Policeman
  Genova, 2005. Un medico arrestato per uso di cocaina. Un attore pinzato in una situazione ancora peggiore. Altri grandi scandali a livello nazionale in altre regioni del nord dove la cocaina ne faceva da regina. Quest’opera sembra aver appena preceduto questi episodi, come il presentimento dell’esistenza di un movimento in aumento tutto intorno.

Mi hanno sempre affascinato le divise, gli ambienti militari ed i ruoli di potere, per questo probabilmente la funzione maggiore di questa foto è essenzialmente l’estetica e la mia voglia di travestitismo, ma contemporaneamente vuole anche ammettere qualcos’altro… Dalla corruzione ai vizi terreni ormai è facile far emergere il lato oscuro delle persone, qualsiasi.

Alla fine del lavoro ho realizzato che, in un certo senso quasi scontato, quest’opera è da considerarsi in serie con Etienne Skinhead, lo scatto appena precedente.
Autunno 2005

 

 
        Etienne Zerah Bootcleaner Skinhead
  Per fare Etienne Zerah Skinhead sono stato skinhead per due mesi. E’ stato un po’ come essere un’altra persona, un viaggio divertente.

Ho iniziato ad informarmi sui siti a tema e ho scaricato da internet diverso materiale, a cominciare da fotografie, testi, poi video e ho provato ad ascoltare musica oi. Ho studiato a fondo il vero look skinhead. Mi sono rasato continuamente lasciando solo le sopracciglia, ho comprato un paio di anfibi alti fino al ginocchio ai quali ho messo stringhe rosse, poi ho trovato le bretelle, ho spostato il mio piercing e mi sono fatto il falso tatuaggio sulle nocche. Jeans arrotolati, maglietta e bomber. Ero uno skinhead. Lo sono stato due mesi interi, durante i quali giravo per il centro con le mani sempre in tasca e mi sono accorto che ero guardato diversamente, anche male, ma in fondo io mi sono divertito un sacco.

In quel periodo a Genova era nevicato e questo aveva reso la situazione molto più suggestiva, sembrava di essere veramente in Inghilterra o in qualche posto del genere; era veramente splendido il contrasto degli anfibi sulla neve. Dopo lo scatto tutto è svanito gradualmente.
Primavera 2005

 

 
        The Black Times [trilogy]
  Questa piccola serie nasce necessariamente da un concetto, infatti sono tre opere ideate appositamente per un’esposizione dove il tema era ‘il contenitore’, che fosse un involucro, un tunnel, un utero, qualcosa che contenesse qualcos’altro.

Solamente da questi termini ho sviluppato l’idea e visualizzato la trilogia, costituita dalle tre stampe montate tra due pannelli di plexiglass imbullonati.
I soggetti sono un autoscatto, la scultrice Federica Montaldo e L. M., una persona che mi era vicina in quel momento, rappresentati come esseri venuti alla luce da un mondo sotterraneo e viscerale.

Il logo che firma le fotografie è un chiaro omaggio all'artista Joseph Beuys, con il quale condivido la passione per le croci ed i simboli di massa.
Estate 2004

 

 
        Infrared
  Questa immagine è frutto di un’esperienza ed, ancora una volta, un’opera di denuncia. Durante una festa privata qualche estate fa un amico aveva conosciuto un ragazzo; la serata era stata piacevole e seguita da una coinvolgente notte passata insieme…La sorpresa arriva più tardi, quando lo sconosciuto dichiara di essere un sacerdote cattolico dagli istinti alquanto terreni.

Non è una novità ed il fatto non mi ha sconvolto, ma mi ha proiettato l’immagine sintetizzata di Infrared nella mente: un prete in una dark room; circondato da uomini spogliati, tatuato con un’immagine di Cristo, a segnalare la propria fede, e con un hamburger da fast food, a rappresentare il concetto dell’usa e getta e del divorare corpi altrui; tutto fotografato ai raggi infrarossi, dato il buio del nascondiglio per non rivelare la propria identità.

Le immagini dei tatuaggi sono tratte da opere di Andy Warhol, in questo caso una sorta di tributo subliminale.
Non c’è in me la ricerca ostinata della protesta, è solamente un’espressione che in qualche modo deve venir fuori dalla mia mente.
Primavera 2004

 

 
        Trittico sulla guerra
  Una serie di fotografie per cominciare a comunicare; mentre prima l’unico fine era l’estetica, con queste opere si sviluppa la mia voglia di far sentire un parere, ma anche una presa in giro, una protesta nascosta dall’ironia.

Una cruda canzonatura sugli orrori della guerra scoppiata in Irak, sovrapposti ad un personaggio talmente chic e patinato da diventare un divo Hollywoodiano, idolo delle proprie gesta, come interprete del film che i media ci trasmettono, mentre il sangue scorre davvero.
Primavera 2003

 

 
        Autoscatto con pelle di seppia / Ritratto di Leonora Lucarelli
  Due ritratti distanti nel tempo, ma collegati fra loro dallo stesso significato:
la parte oscura di noi stessi.

Nell’autoscatto quest’ultima è rappresentata da una vera pelle di seppia applicata sul volto, mentre nel ritratto di Leonora L. da un grande fiore nero che porta tra i capelli.
L’autoscatto con pelle di seppia è stato una delle primissime opere ad essere esposte al pubblico.
Primavera 2003 / Estate 2004

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INTERVIEWS
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DOMANDE DI LUCIA TARTAGLIA
PER IL COMUNICATO STAMPA DELLA MOSTRA "THE SAINT & THE SKINHEAD IN ME" GENNAIO 2007

D: Da dove nasce l'idea di questa mostra?
R: Durante la mostra Flashes alla Loggia della Mercanzia a settembre sono stato notato dal gallerista dello Studio 44 e così, dopo un incontro, mi è stato proposto di esporre. Considerato trattasi di una personale ho accettato subito; è la prima esposizione personale in una galleria, prima avevo partecipato solo a personali in locali, che non è proprio la stessa cosa. “The Saint & the Skinhead in me”, questo è il titolo della mostra, è come se fosse un po’ un secondo debutto, dopo il primo del 2004.

D: Quante opere esponi?
R: Saranno 22 opere con misure varianti dalle più piccole 30x40 cm alle più grandi 100x75 cm.

D: C'è una divisione per settori? Generi? stili?
R: Non c’è un vero e proprio settore, io stesso credo di essere considerato artista d’avanguardia. Riguardo alle foto, la raccolta comprende diverse piccole serie di due o tre elementi, oltre che a numerosi pezzi singoli. Quello che posso dire che sono tutte opere collegate dall’idea del ritratto o cmq della figura umana fondamentalmente, spaziando fino al concetto del manifesto, quindi includente del testo e delle parti grafiche. E qui ricordo che la grafica e la comunicazione visiva sono componenti basilari del mio bagaglio artistico, dagli studi, alla passione, al lavoro.

D: Su quali supporti sono stampate le fotografie?
R: Ci sono stampe fotografiche applicate su alluminio o incorniciate (i primi lavori) e stampe digitali su forex, un materiale plastico, rigido, spesso 0,5 cm (i più recenti).

D: Una tua dichiarazione...?
R: Questa volta sono solo. Così ho voluto riunire le mie produzioni più significative per creare un mondo dissacrante e perverso che rispecchi quello reale, guardandolo dritto dagli occhi di una persona distante anni luce dalle convenzioni e dalle istituzioni. Le mie non sono accuse, ma indizi per chi non vede. Poliziotti cocainomani, skinhead sadomaso, sacerdoti promiscui, presidenti invasati, assassini chic e devoti fedifraghi. L’estetica è il fulcro e lo specchietto per le allodole allo stesso tempo, mentre cerca l’equilibrio con l’impatto visivo emerge il significato, a volte completamente occulto. Questa prima esposizione personale paradossalmente è un greatest hits che raccoglie lavori ed esperienze sparsi nel tempo degli ultimi anni.

 

DOMANDE DI MIRCO ZANGHI'
PER LA PROPRIA TESI DI LAUREA IN LETTERE MAGGIO 2005

D: Chi sei?
R: Etienne Zerah, classe 1977.

D: Qual è la tua professione?
R: Artista professionista; pur lavorando con materiale fotografico non mi definisco fotografo, per me le mie opere sono paragonabili a quadri, questo probabilmente data la mia formazione e le tecniche di lavorazione, con tempi molto più lunghi, come la pittura appunto.

D: La tua formazione?
R: Ho studiato presso il Liceo Artistico P. Klee di Genova, indirizzo sperimentale, grafico-visivo e successivamente mi sono diplomato all’Accademia Ligustica delle Belle Arti di Genova, indirizzo “Pittura”.

D: Che influenza ha avuto la tua famiglia sulla tua decisione d’essere artista?
R: Ecco, qui la situazione è stata pesante, nel senso che i miei genitori erano contrari, pienamente, alla mia situazione. I soliti discorsi… “Con l’arte non si mangia”… E’ stata dura, ma ho sempre cercato di coinvolgerli.

D: La nascita del tuo interesse per l’arte a quando risale?
R: E’ innata, assolutamente.

D: Vanessa Beecroft lasciò l'accademia ligustica delle belle arti di Genova per proseguire gli studi presso l'accademia di Brera. Di Genova ricorda un'atmosfera di fine anni Ottanta che consentiva un approccio altamente pittorico, nichilista ed enfatico, tutt'altro che concettuale. Sei d'accordo con questa critica o per te l'accademia genovese fu uno stimolo decisivo per il tuo iter artistico?
R: Non sono d’accordo con questa critica perché sono passati un po’ di anni da quando la Beecroft frequentava i corsi a Genova. I professori col tempo sono cambiati, così come i corsi. Sono cresciuto in Accademia sì con l’impronta di base pittorica, però sicuramente più “aperta” ad una dimensione contemporanea e sperimentale e meno legata alla dimensione classica rispetto al passato. Inoltre ho avuto l’opportunità di frequentare anche altri corsi e laboratori non legati esclusivamente alla pittura, ma anche alla scultura e fotografia.

D: Visto che hai frequentato l'accademia e hai potuto esprimere la tua arte in più modi, cos'è che ti affascina di più nel fare fotografia rispetto ad altre espressioni artistiche?
R: Si blocca un istante: è un’espressione artistica molto più immediata rispetto alle altre.

D: Sei giunto direttamente alla fotografia o hai seguito un iter artistico più complesso?
R: Decisamente complesso, attraverso continue sperimentazioni su sperimentazioni, materiali ed espressioni; negli anni passati credo di aver utilizzato di tutto, da materiali ricercati a quelli di scarto. Ad ogni modo nasco come pittore.

D: Racconta il tuo primo approccio con la macchina fotografica.
R: Risale ai tempi del liceo, autodidatta. Il mio lavoro originario è basato tutto sulla sperimentazione, in Accademia ho poi avuto la possibilità di approfondire il discorso in modo più serio.

D: Sei solito fare solo ritratti a persone oppure anche paesaggistica e nature morte? Se prediligi i ritratti, perchè?
R: Persone. Fondamentalmente i ritratti sono esaltazioni dell’essere umano, c’è una ricerca di un collegamento con la persona che ti trovi di fronte. Inoltre ricerco più facilmente nei soggetti un concetto puramente estetico della fotografia.

D: Chi sono i tuoi punti di riferimento nel panorama artistico contemporaneo? Perchè?
R: Mapplethorpe in primo luogo, per l’estetica, la raffinatezza e l’eleganza unica, Pierre et Gilles per i ritratti in sé, mentre di David LaChapelle mi attraggono i colori e le situazioni bizzarre create in ogni suo lavoro. Tra i contemporanei italiani ammiro molto Basilè per l’utilizzo della grafica, altro mio “chiodo fisso”, inserita nella fotografia.

D: Hai citato tutti esempi di fotografi dal forte impatto estetico.
R: Decisamente, spesso è una ricerca esasperata del “bello”. Sono esempi che non tralasciano assolutamente l’estetica per lasciare spazio più di tanto al concetto. Secondo me l’arte è estetica, prima di tutto. La sua prima funzione è quella di ammaliarci e di farci pensare…e da qui “cogito ergo sum”.

D: Ti sei mai ispirato per qualche tuo lavoro ad un'opera d'arte già esistente, magari di un'altra epoca, o a un film, o a un personaggio di un romanzo?
R: Sì, di influenze se ne ricevo sempre, anche dalla realtà, da qualsiasi suo stimolo, dal guardare la televisione al passeggiare per strada ed incontrare una persona che mi fa cogliere un’ispirazione, molto spesso tutto puramente casuale, è il mio inconscio che se ne accorge.

D: Attraverso la fotografia, quale punto di vista vuoi offrire all'osservatore?
R: Il mio. Semplicemente. Ma in fondo è un modo per dire qualcosa, piuttosto che il puro punto di vista su come il mio cervello vede una situazione o una persona.

D: Cos'è che ti affascina di un corpo? E del poterlo ritrarre?
R: Il corpo è la macchina perfetta, c’è la ricerca della forma ideale tanto desiderata dai modelli classici, con questo non mi voglio legare al concetto di bellezza commerciale o di massa, bensì allo studio della bellezza oggettiva dell’immagine finita.

D: Quale oggetto/corpo può definirsi bello?
R: La mia risposta è incerta: laddove credo ci sia una forma di bellezza universale, oggettiva, dimostrata dal fatto che comunque viene rappresentata in società sempre lo stesso esempio di bellezza sia maschile che femminile, allo stesso tempo mi viene da dire che nell’ambito specifico dell’arte, specialmente per quella contemporanea, questo discorso non regge.

D: Spesso fai autoritratti. Com'è il rapporto con il tuo corpo ?
R: Pessimo, alti e bassi, come la maggior parte delle persone credo, però è quello che ho, quindi lo utilizzo. Lavorare su me stesso come soggetto, spesso mi fa essere più sincero, riesco ad esprimere sensazioni più personali rispetto a quando riprendo altre persone, ma probabilmente il discorso va anche oltre, si lega al piacere di agire direttamente sul proprio corpo, il lavoro si fa più materico ed è tutto svolto in completa solitudine fino al definitivo. E’ questo che mi fa sentire un profondo legame con la Body Art.

D: Il tuo intento è ritrarre solo un corpo, un viso, esaltazioni estetiche fini a sé stesse oppure ciò da ricercare nel tuo ritratto è la psicologia del soggetto?
R: Prima di tutto ricerco l’estetica, la psicologia del soggetto interviene nel momento in cui ho un particolare legame con la modella o il modello ritratto, spesso quello che emerge è una delle facce della persona che diventa quasi “personaggio”.

D: Un tuo ritratto è diverso dall'altro. Riesci a spiegare a parole ciò che ti passa per la mente nel momento in cui fotografi?
R: No, è istinto.

D: I ritratti sono studiati, oppure istintivamente cerchi di ritrarre il soggetto a seconda del momento?
R: C’è uno studio relativamente sommario, poi dal primo pensiero dell’opera al prodotto finito si attraversano parecchie trasformazioni e metamorfosi: durante lo scatto qualcosa cambia, idem al lavoro al computer, per non parlare della scelta definitiva degli scatti.

D: E' il corpo del soggetto cui ti trovi davanti a suggerirti la posa, il contesto e lo scatto, oppure è il contesto che ti suggerisce la posa del corpo?
R: Anche in questo caso bisogna precisare che la posa è più o meno studiata, i tentativi si fanno poi ovviamente con la pratica, facendo varie prove della posa stessa, ma mi bastano pochi scatti, la maggior parte del lavoro viene dopo, spesso la foto viene completamente stravolta.

D: Solitamente percepisci in modo istintivo qualcosa dal soggetto che ti trovi di fronte?
R: Il modello è di solito una persona che ho già individuato da un tot di tempo e che quindi mi ha già dato delle sensazioni che io voglio riportare sulla fotografia. Questa è l’idea che fa scaturire l’opera, ma non è detto che poi essa mantenga le iniziali intenzioni. Ci sono tanti passaggi, tante cose si perdono, tante si acquistano. Ma l’importante è che rimanga sempre il gusto, la motivazione di una scelta rispetto ad un’altra riguarda sempre se esteticamente mi attrae.

D: Secondo te, ciascuno di noi può essere soggetto di un tuo ritratto, oppure bisogna avere particolari caratteristiche fisiche o psicologiche? Insomma...fotograferesti tutti indistintamente, oppure hai i tuoi metodi di selezione?
R: Sì, fotograferei tutti, è un’idea a cui ho già pensato. Sarebbe come una grande sfida riuscire a trovare una foto per ognuno, che sia un ritratto, una parte del corpo, il vederci in una determinata situazione. Un'immagine che identifichi l’individuo singolo, unico.

D: Fotografi il nudo?
R: Sì. Anche se attualmente c’è una pausa; probabilmente ci sono troppi nudi in giro e la cosa mi allontana l’idea di produrne. Sto lavorando su delle foto per me, ma per ora il progetto è appena all’inizio, nulla di pubblico ancora per un po’. Non vorrei si confondessero con tutte le immagini che sono in giro, ci sarebbe del caos. Anche se la mia ricerca dell’originalità e dello stupore, come per un ritratto, ne fa sicuramente delle immagini di forte impatto. Questa idea di riuscire ad andare oltre al concetto di nudo che ormai siamo abituati a vedere mi ha fatto avvicinare all’utilizzo di materiale “porno”, una sfida, come per la distruzione del simbolo a mezzo dell’arte e contemporaneamente la raffigurazione dell’istinto e dell’estasi umana, comunque un inno alla vita e alla gioia, non certamente al maschilismo e alla volgarità gratuita.

 

D: Tra i tuoi artisti "favoriti" citi Mapplethorpe, il quale realizza tagli fotografici di sessi maschili e femminili...la sua opera è definita arte. Con quale criterio e metro di misura secondo te i critici la definiscono tale? Dov'è che, secondo te, Mapplethorpe è arrivato, e non sono giunti tanti altri fotografi?
R: Bisogna riconoscere in Mapplethorpe eleganza e raffinatezza, il contrasto dato da questi elementi e i soggetti ritratti. La semplicità si lega all’eleganza, in contrapposizione, ad esempio, agli attributi maschili di forte impatto a livello visivo. Secondo me, il perno è proprio l’equilibrio.

D: Ultimamente molti fotografi si avvicinano alla mix art, laddove si parla di performances artistiche contenenti varie evoluzioni dell'arte. Vanessa Beecroft, Spencer Tunick sono due esempi eclatanti di come la fotografia venga applicata in tale modo. Ti affascina questo mondo?
R: Mi affascina moltissimo, ci sono dei tentativi da parte mia di produrre performances in collaborazione con altri artisti, ma i miei intenti sono ancora in uno stato embrionale.

D: Saresti tentato di ibridare, come questi ultimi artisti citati (Beecroft, Tunick), la fotografia con altre esperienze artistica?
R: Ho in cantiere un progetto di un ibrido tra la mia fotografia e la poesia di un autore contemporaneo di Genova. Il tutto deve ancora nascere e svilupparsi, ma c’è l’idea di un trittico dove fondere immagine e testo. Sono molto contento di questa collaborazione, lui è un poeta d’avanguardia che mi ha colpito molto, bravissimo.

D: La televisione e i media in generale presentano una canonicità del corpo piuttosto definita. Per essere belli bisogna essere magri, muscolosi, alti, etc. Reputi che l'arte abbia subito influenze dai messaggi pubblicitari?
R: No, la vera arte è rimasta a mio parere sempre distaccata, non ha subito influenze. L’ arte, credo e spero, mai si farà infettare dall’economia e da ricerche di mercato. Se mai è la pubblicità che apprende dall’arte, come poi oggigiorno questo accade.

 
D: Mi ha incuriosito "Fototessera e trielina", una serie di tuoi ritratti frontali caratterizzati dall'utilizzo della sostanza corrosiva che in ciascuna delle tue foto va deturpare il tuo viso. Mi sono venuti in mente i lavori di Nancy Burson, la quale però si serve di tecnologie digitale per deformare i soggetti ritratti. Ella giustifica il suo operato parlando di ibridazione psico-corporea tipica della nostra società. Tu giustifichi il tuo lavoro in altro modo, se esiste sempre una giustificazione in quello che si fa...?
R: Non mi sento di giustificare, sono sperimentazioni, sia di livello materico, sia dal punto di vista artistico. E’ un’opera legata alla Body Art, si raffigura una scena come fosse un reale intervento sul proprio corpo lavorando manualmente sulla fotografia e sulla riproduzione del fisico…magari arriverà il giorno che interverrò direttamente e violentemente su di me.

 

D: In alcune immagini ti presenti ferito, macchiato di sangue su petto, braccia e volto. Sono tue sorte di omaggi alla body art di maestri quali Gina Pane, Marina Abramovic e Vito Acconci?
R: Un po’ per omaggio, un po’ perché l’ho sentito per la mia necessità artistica, come ho già detto sento attrazione per ciò che si avvicina ai concetti della Body Art. A partire da Bacon si può capire che è facile trovare della body art anche nelle opere visive oltre che nelle performances, è il concetto della modificazione del corpo e non necessariamente il proprio. Io sento molto vicino questo pensiero, la modificazione del mio corpo in funzione dell’arte; c’è chi descrive questo ulteriore passaggio come la trasformazione da uomo ad “icona”.

 

D: In una fotografia accosti un tuo ritratto all'immagine di Gesù Cristo. Qual è il tuo rapporto con la religione? E come interpreti la condanna del corpo da parte dell'istituzione ecclesiastica?
R: Dopo un lungo periodo di alti e bassi, al momento il rapporto è nullo. Quell’immagine, a dir la verità, è una sorta di canzonatura, mi diverte definire quell’opera come “Io e il mio fratello cattivo”! Ma nulla di personale. Può anche essere semplice provocazione, spesso il mio lavoro mi porta a cercare di annientare certi simboli tramite l’intervento dell’arte, come una battaglia, un braccio di ferro tra l’arte e i simboli di massa. Ad ogni modo il significato non è mai univoco, c’è la ricerca, il prodotto finale è solo la punta dell’iceberg, l’ 80% del lavoro è nella mia testa.

 
D: Istintivamente, dimmi il tuo primo ricordo legato al corpo.
R: Sinceramente, questa risposta, è piuttosto personale…quello che posso dirti è che riguarda la mia adolescenza, che, a mio parere, non è ancora finita…

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