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Tutto nacque da una foto di Robert Mapplethorpe, che fece scoppiare la scintilla nella mente,
in seguito David la Chapelle, Pierre et Gilles e Steven Meisel, tra i più importanti, alimentarono l'input per gettarsi nella fotografia; non la classica fotografia, ma tutta una serie di sperimentazioni principalmente digitali, concentrate sul taglio, i colori, i soggetti e il significato, senza tralasciare i ritratti dove lo spirito alieno di chi posa viene mostrato ed esaltato all'eccesso.    
L'unico fine comune, perno di tutta la produzione artistica, è la ricerca dell'equilibrio, quale unico rivelatore di bellezza oggettiva.    
Frequenti sono gli autoscatti dove, mettendo in risalto e in discussione se stesso, sublima la propria identità, trasformandosi un'icona dal significato forte come le stesse opere.    
Agendo digitalmente in maniera pittorica, i propri lavori hanno per l'artista la valenza di dipinti,per questo motivo la collezione è originale e costituita da pezzi unici senza tirature.     Tutte le opere origianali di Etienne Zerah sono certificate dal marchio di autenticità.
 
Presto fatto. Calcio, soldi, droga.
E divento un nuovo guru della nuova era.
Opera ultimata in un mese e mezzo circa, escludendo i tempi di progettazione.    
Si riflettono in quest’opera, oltre alla mia neo-tendenza masochistica, le questioni più occulte della Chiesa: l’idea di dover soffrire per redimersi ed essere perdonati; di conseguenza gli amanti del dolore si troveranno avantaggiati.
Pur non avendo interagito direttamente, Ratzy, al centro di diverse polemiche a tema, si trova implicato in questa bizzarra connessione tra Chiesa e pratiche omosessuali; qualcosa che abbiamo in comune mi fa sentire più vicino a lui.
Non a caso, la scelta per la croce rossa in secondo piano cade su un’opera dei tempi accademici: la “Croce di Sangue”, dipinta su tela di cotone grezzo con sangue bovino recuperato ai macelli genovesi, realizzata alla fine degli anni ’90.
Durante tutta la creazione dell’immagine ho ascoltato gli album della dolcissima Emilie Simon.
   
E’ rimasta nella mia mente per parecchi mesi prima di concretizzarsi, durante i quali ho comprato molti capi dell’Adidas e ho scaricato da internet decine di foto di scarpe da ginnastica (pur non vedendosi nell’opera, mi sono servite concettualmente) da siti per i feticisti amanti del genere.
Ed è così che, in questo scatto, ho devoluto la mia esistenza ad una marca di abbigliamento sportivo (inoltre andando a richiamare il concetto degli sneaker dell’ambiente gay) sulle note della disco music di Madonna e col sapore metropolitano dell’immaginario rap di Eminem.    
Tutto il resto, dallo sfondo allo slogan, è stato assolutamente conseguente a questo concetto.
Prima opera scattata con la mia nuova fotocamera digitale automatica, una Fuji da 9.0 mega pixel.
   
Prima opera inaspettatamente ma palesemente a sfondo politico, potrebbe chiudere la parentesi aperta dal Trittico sulla guerra.    
Mi hanno sempre affascinato le divise, gli ambienti militari ed i ruoli di potere, per questo probabilmente la funzione maggiore di questa foto è essenzialmente l’estetica e la mia voglia di travestitismo, ma contemporaneamente vuole anche ammettere qualcos’altro… Dalla corruzione ai vizi terreni ormai è facile far emergere il lato oscuro delle persone, qualsiasi.
Alla fine del lavoro ho realizzato che, in un certo senso quasi scontato, quest’opera è da considerarsi in serie con Etienne Skinhead, lo scatto appena precedente.
   
Ho iniziato ad informarmi sui siti a tema e ho scaricato da internet diverso materiale, a cominciare da fotografie, testi, poi video e ho provato ad ascoltare musica oi.
Ho studiato a fondo il vero look skinhead.
Mi sono rasato continuamente lasciando solo le sopracciglia, ho comprato un paio di anfibi alti fino al ginocchio ai quali ho messo stringhe rosse, poi ho trovato le bretelle, ho spostato il mio piercing e mi sono fatto il falso tatuaggio sulle nocche.
Jeans arrotolati, maglietta e bomber.
Ero uno skinhead. Lo sono stato due mesi interi, durante i quali giravo per il centro con le mani sempre in tasca e mi sono accorto che ero guardato diversamente, anche male, ma in fondo io mi sono divertito un sacco.
In quel periodo a Genova era nevicato e questo aveva reso la situazione molto più
suggestiva, sembrava di essere veramente in Inghilterra o in qualche posto del genere; era veramente splendido il contrasto degli anfibi sulla neve.
Dopo lo scatto tutto è svanito gradualmente.
   
Solamente da questi termini ho sviluppato l’idea e visualizzato la trilogia, costituita dalle tre stampe montate tra due pannelli di plexiglass imbullonati.
Il logo che firma le fotografie è un chiaro omaggio all'artista Joseph Beuys, con il quale condivido la passione per le croci ed i simboli di massa.
   
Non è una novità ed il fatto non mi ha sconvolto, ma mi ha proiettato l’immagine sintetizzata di Infrared nella mente: un prete in una dark room; circondato da uomini spogliati, tatuato con un’immagine di Cristo, a segnalare la propria fede, e con un hamburger da fast food, a rappresentare il concetto dell’usa e getta e del divorare corpi altrui; tutto fotografato ai raggi infrarossi, dato il buio del nascondiglio per non rivelare la propria identità.
Le immagini dei tatuaggi sono tratte da opere di Andy Warhol, in questo caso una sorta di tributo subliminale.    
Una cruda canzonatura sugli orrori della guerra scoppiata in Irak, sovrapposti ad un personaggio talmente chic e patinato da diventare un divo Hollywoodiano, idolo delle proprie gesta, come interprete del film che i media ci trasmettono, mentre il sangue scorre davvero.
   
Nell’autoscatto quest’ultima è rappresentata da una vera pelle di seppia applicata sul volto, mentre nel ritratto di Leonora L. da un grande fiore nero che porta tra i capelli.
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DOMANDE DI LUCIA TARTAGLIA
PER IL COMUNICATO STAMPA DELLA MOSTRA "THE SAINT & THE SKINHEAD IN ME" GENNAIO 2007
D: Da dove nasce l'idea di questa mostra?
D: Quante opere esponi?
D: C'è una divisione per settori? Generi? stili?
D: Su quali supporti sono stampate le fotografie?
D: Una tua dichiarazione...?
 
DOMANDE DI MIRCO ZANGHI'
D: Chi sei?
D: Qual è la tua professione?
D: La tua formazione?
D: Che influenza ha avuto la tua famiglia sulla tua decisione d’essere artista?
D: La nascita del tuo interesse per l’arte a quando risale?
D: Vanessa Beecroft lasciò l'accademia ligustica delle belle arti di Genova per proseguire gli studi presso l'accademia di Brera. Di Genova ricorda un'atmosfera di fine anni Ottanta che consentiva un approccio altamente pittorico, nichilista ed enfatico, tutt'altro che concettuale. Sei d'accordo con questa critica o per te l'accademia genovese fu uno stimolo decisivo per il tuo iter artistico?
D: Visto che hai frequentato l'accademia e hai potuto esprimere la tua arte in più modi, cos'è che ti affascina di più nel fare fotografia rispetto ad altre espressioni artistiche?
D: Sei giunto direttamente alla fotografia o hai seguito un iter artistico più complesso?
D: Racconta il tuo primo approccio con la macchina fotografica.
D: Sei solito fare solo ritratti a persone oppure anche paesaggistica e nature morte? Se prediligi i ritratti, perchè?
D: Chi sono i tuoi punti di riferimento nel panorama artistico contemporaneo? Perchè?
D: Hai citato tutti esempi di fotografi dal forte impatto estetico.
D: Ti sei mai ispirato per qualche tuo lavoro ad un'opera d'arte già esistente, magari di un'altra epoca, o a un film, o a un personaggio di un romanzo?
D: Attraverso la fotografia, quale punto di vista vuoi offrire all'osservatore?
D: Cos'è che ti affascina di un corpo? E del poterlo ritrarre?
D: Quale oggetto/corpo può definirsi bello?
D: Spesso fai autoritratti. Com'è il rapporto con il tuo corpo ?
D: Il tuo intento è ritrarre solo un corpo, un viso, esaltazioni estetiche fini a sé stesse oppure ciò da ricercare nel tuo ritratto è la psicologia del soggetto?
D: Un tuo ritratto è diverso dall'altro. Riesci a spiegare a parole ciò che ti passa per la mente nel momento in cui fotografi?
D: I ritratti sono studiati, oppure istintivamente cerchi di ritrarre il soggetto a seconda del momento?
D: E' il corpo del soggetto cui ti trovi davanti a suggerirti la posa, il contesto e lo scatto, oppure è il contesto che ti suggerisce la posa del corpo?
D: Solitamente percepisci in modo istintivo qualcosa dal soggetto che ti trovi di fronte?
D: Secondo te, ciascuno di noi può essere soggetto di un tuo ritratto, oppure bisogna avere particolari caratteristiche fisiche o psicologiche? Insomma...fotograferesti tutti indistintamente, oppure hai i tuoi metodi di selezione?
 
D: Tra i tuoi artisti "favoriti" citi Mapplethorpe, il quale realizza tagli fotografici di sessi maschili e femminili...la sua opera è definita arte. Con quale criterio e metro di misura secondo te i critici la definiscono tale? Dov'è che, secondo te, Mapplethorpe è arrivato, e non sono giunti tanti altri fotografi?
D: Ultimamente molti fotografi si avvicinano alla mix art, laddove si parla di performances artistiche contenenti varie evoluzioni dell'arte. Vanessa Beecroft, Spencer Tunick sono due esempi eclatanti di come la fotografia venga applicata in tale modo. Ti affascina questo mondo?
D: Saresti tentato di ibridare, come questi ultimi artisti citati (Beecroft, Tunick), la fotografia con altre esperienze artistica?
D: La televisione e i media in generale presentano una canonicità del corpo piuttosto definita. Per essere belli bisogna essere magri, muscolosi, alti, etc. Reputi che l'arte abbia subito influenze dai messaggi pubblicitari?
   
D: In alcune immagini ti presenti ferito, macchiato di sangue su petto, braccia e volto. Sono tue sorte di omaggi alla body art di maestri quali Gina Pane, Marina Abramovic e Vito Acconci?
D: In una fotografia accosti un tuo ritratto all'immagine di Gesù Cristo. Qual è il tuo rapporto con la religione? E come interpreti la condanna del corpo da parte dell'istituzione ecclesiastica?
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